Forte ripresa militare talebana.
“Riportiamo di seguito due notizie in cui si evidenzia una forte ripresa militare della resistenza talebana. Durante l’occupazione sovietica, il movimento Talebano aveva preso di mira le donne, coinvolte in prima persona nella lotta per l’emancipazione femminile , promossa e portata fortemente avanti dai comunisti afghani, contemporaneamente aveva anche preso di mira il ceto colto dei maestri laici, che andavano ad alfabetizzare le masse rurali, per sottrarle al controllo religioso delle potenti mafie religiose dei mullah islamici. Ora, come si evince dalle notizie, i Talebani hanno preso di mira i reporter che hanno il coraggio di documentare cosa sta avvenendo in Afghanistan e che denunciano, non solo le violenze e le usurpazioni commesse dagli eserciti invasori occidentali, statunitensi e inglesi in primis, ma hanno anche denunciato la violenza che esercitano sulle donne e sui liberi pensatori i miliziani islamici, che in quanto a efferatezze e violenza non sono inferiori ai miliziani dell’Isis, con i quali sono in competizione per il controllo delle masse islamiche nell’area. Non a caso, l’escalation delle azioni dei Talebani in Afghanistan, in questi ultimi mesi, sembra addebitarsi al voler riprendere in mano l’iniziativa militare da parte dei Talebani, per non essere messi da parte dal protagonismo dell’Isis, che sta tentando di creare cellule nella polveriera Afghanistan, sottraendo uomini e risorse alla resistenza talebana e costringendola ad agire per non essere scavalcata e per evitare che siano messe in pericolo tutte quelle reti di relazioni sociali e politiche che i Talebani si sono faticosamente creati in anni di occupazione occidentale del loro paese. Il movimento comunista in Afghanistan non è presente militarmente, ma esistono alcuni gruppi di ispirazione marxista-leninista che operano principalmente nei campi profughi afghani in Pakistan, aiutando le famiglie nel reperire alimenti e nell’educazione dei ragazzi figli dei profughi. I gruppi marxisti che sono sopravvissuti sono esigui, poco incisivi e divisi tra coloro che hanno sostenuto i diversi regimi filosovietici, a loro volta divisi in linee a volte diverse e le forze maoiste e trozkiste che su campi diametralmente incompatibili si sono opposti con le armi alle forze sovietiche e ai governi comunisti loro alleati. E’ stata segnalata da più parti l’esistenza dell’Afghanistan Liberation Organization (ALO) di ispirazione maoista, che è ciò che resta dei gruppi guerriglieri maoisti che non hanno mai smesso di contrastare i sovietici prima e le varie fazioni islamiste poi e che, in molte aree dell’Afghanistan, hanno faticosamente raggiunto un accordo politico unitario con gli altri reduci delle vecchie formazioni marxiste presenti sul territorio. Questa organizzazione comunista, da un po’ di tempo, ha portato a segno, in alcune realtà urbane dell’Afghanistan, alcuni omicidi selettivi contro personalità in vista del movimento talebano e contro le truppe occupanti di USA e alleati Occidentali. Inoltre la ALO ha esposto manifesti e volantini, in centri urbani, denunciando le violenze di Talebani e degli eserciti invasori e del governo di Kabul, inneggiando alla ripresa della lotta armata per l’indipendenza del paese e contro la reazione islamista. Nei campi profughi opera anche l’organizzazione laica e femminista RAWA, riconosciuta in tutto il mondo come reale rappresentante del mondo femminile afghano e che lotta contro la repressione e le violenze talebane e degli integralisti islamici, che ancora controllano gran parte della politica afghana e il governo filo-occidentale installato a Kabul. Per questo i giornalisti che riportano la cruda realtà, venutasi a creare nel paese, con l’invasione occidentale, vengono visti come un’ingerenza, non solo dagli eserciti invasori, ma anche dai Talebani, che non ammettono che si parli di loro in termini negativi e perché vogliono restare a essere visti esternamente come l’unica forza resistenziale e patriotica dell’Afghanistan, mentre ciò non è assolutamente vero e la stessa intromissione dell’Isis nell’ area talebana viene vista in modo minaccioso dagli stessi Talebani. Per questo i reporter sono diventati il nuovo obiettivo del movimento armato talebano, che, con l’aumento dei loro attentati di questi ultimi tempi, mostrano altresì la profonda debolezza dell’occupazione occidentale a guida USA, che non è stata capace di piegare i Talebani, nonostante l’enorme impiego di mezzi moderni e uomini, in tutto il territorio dell’Afghanistan.
Circolo Culturale Proletario di Genova”
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Pakistan, strage talebana all’università
Emanuele Giordana, 21.01.2016, “Il Manifesto”
Studenti e professori stavano commemorando Bacha Khan, detto il «Gandhi musulmano». Ore di sparatorie e almeno 21 morti. Giallo sulla rivendicazione di una fazione dei talebani con base in Afghanistan
A distanza di poco più di un anno da quando un commando talebano ha attaccato una scuola militare a Peshawar uccidendo oltre 140 persone, lo scenario si ripete.
Questa volta siamo alla Bacha Khan University di Charsadda, sempre nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa di cui Peshawar è la capitale. L’università è intitolata al pashtun della Frontiera del Nord Ovest (così si chiamava la provincia nel Raj britannico): un uomo che, alla fine degli anni Venti del secolo scorso, aveva fondato un movimento non violento ancor prima di Gandhi, anche se è ricordato come il «Gandhi musulmano».
Gli studenti stanno proprio commemorando il personaggio che è dunque un simbolo anche della lotta pacifista e di un islam non combattente. Il commando entra nell’ateneo: sarebbero in una decina a scalare le mura dell’edifico. Hanno armi automatiche e cinture esplosive. Il massacro va in onda poco dopo anche se assai più contenuto rispetto alle aspettative. I morti tra chi era nell’istituto sarebbero (finora) almeno 21 ma non è chiaro se nel conto ci siano quattro guerriglieri che l’esercito sostiene di aver ucciso.
La battaglia dura ore e la resistenza dei mujaheddin viene vinta con difficoltà. Ma il rapido intervento delle forze di sicurezza sembra aver ridotto l’impatto che i terroristi volevano ottenere. La rivendicazione non tarda ad arrivare anche se con un giallo sulla firma. Si fa vivo lo stesso personaggio che già aveva rivendicato la strage di Peshawar, quell’Umar Mansur del Tehreek Taliban Pakistan (Ttp), i talebani pachistani.
È il capo della fazione Geedar del cartello nato nel 2007 e la rivendicazione, la posta sui social network. Ma, dopo qualche ora, arriva la smentita di uno dei portavoce storici del movimento, Mohammad Khorasani, che anzi condanna l’azione come contraria alla legge coranica. Le cose, come spesso accade, si confondono: dal 2014, dopo la morte di Hakimullah Meshud, il Ttp si è diviso in diverse fazioni e ha visto secessioni, espulsioni, lotte intestine. La smentita vuol dire che Mansur è fuori o che Khorasani non controlla più il cartello? E chi è uscito da che parte sta? Alcuni membri del Ttp sono passati a Daesh. Mansur a chi fa capo?
Intanto la polizia e l’esercito procedono ai riconoscimenti dei cadaveri e cercano di ricostruire le conversazioni telefoniche. Spunta — era già avvenuto per Peshawar — una pista afgana che, in effetti, porta a Mansur, che nel vicino Paese avrebbe la sua base operativa. Un brutto colpo al tentativo che Pakistan e Afghanistan, con l’aiuto di Cina e Usa, stanno mettendo in piedi per creare le condizioni di un negoziato tra Kabul e i talebani afgani. Il fatto che il Ttp o una sua fazione più o meno in linea agiscano dall’Afghanistan non può che guastare i lavori già in salita di questa «Quadrilaterale» che si è già riunita a Islamabad e Kabul e che ha in agenda una nuova riunione a breve. Tutto si basa, per cominciare, sul tentativo di ristabilire buoni rapporti tra Islamabad e Kabul.
L’azione è comunque una risposta all’operazione «Zarb e Azb», un chiodo fisso per Mansur che vuole punire militari traditori e politici apostati. Proprio nel dicembre scorso, i primi 18 mesi di Zarb e Azb — il cui compito era spazzare via la guerriglia locale e straniera dal Waziristan — sono stati definiti un grande successo che ha visto circa 30 mila soldati impegnati nell’area tribale col sostegno dell’aviazione.
Secondo le forze armate pachistane sono stati uccisi 3.400 terroristi e distrutti 837 nascondigli. Oltre 13 mila, gli operativi militari. Le vittime tra i soldati ammontano a 488 morti e 1.914 feriti. Delle vittime civili invece non si sa nulla: nessuna secondo i militari, affermazione non verificabile.
Quanto al numero degli sfollati, nel luglio 2014 erano — dice la stampa locale — un milione… su una popolazione del Waziristan stimata tra le 4 e le 500 mila unità. Il 40% degli sfollati sarebbe ora — dice sempre l’esercito — rientrato a casa.
Zarb e Azb è stata accompagnata da una politica di ammorbidimento delle relazioni con Kabul e da un lavoro di pressione sui talebani afgani, che hanno finora sempre goduto del sostegno più o meno diretto di Islamabad, che adesso invece li starebbe convincendo a trattare.
Ma ecco che da quando questa politica è iniziata, stragi, attentati, attacchi sono aumentati e spesso senza firma o con firme e responsabilità confuse. Quest’attacco fa parte della strategia che vuole minare gli sforzi di pace? Possibilissimo. Cosa c’è di meglio che far notizia ammazzando giovani studenti. Nell’università del Gandhi pachistano.
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L'autobus distrutto dall'auto bomba (foto da ToloNews) |
Ricoverati all'ospedale di Emergency a Kabul, la maggior parte
dei feriti dell'attacco di mercoledi sera nella capitale cerca di uscire
dall'incubo di una giornata che la Federazione afgana dei giornalisti (Ajf) ha
definito il “Mercoledi nero” della storia dei media locali. Era già buio quando
un'auto piena di esplosivo ha colpito un autobus privato con a bordo oltre trenta
persone che
provenivano dal centro di produzione Kaboora Production, un gruppo collegato a
Tolo Tv, la più nota emittente afgana, ma che lavora anche per altri media.
L'obiettivo era però però proprio Tolo Tv, non importa se giornalisti, autisti,
membri dello staff. L'esplosione ha ucciso sette perone e ne ha ferite 26,
alcune delle quali sono ancora in gravi condizioni. Considerato dai giornalisti
afgani un crimine contro l'umanità, l'attentato dei talebani voleva punire
un'emittente che – spiegava ieri il comunicato ufficiale sul sito della guerriglia in turbante
- «...è la più grande rete del Paese e promuove oscenità, laicità, cultura
straniera e nudità. L'Emirato islamico – prosegue la nota con un distinguo che,
più che rassicurare, diventa pura intimidazione - vuole chiarire che l'attacco
a Tolo non era diretto ai media, ma a una rete di intelligence avversa alla
nostra unità nazionale e ai nostri valori religiosi e nazionali».
La condanna, nazionale
e internazionale, da Human Rights Watch alla missione dell'Onu a
Kabul (Unama) alle organizzazioni di giornalisti, non si fa attendere mentre i
talebani alzano il tiro con quello che è un attentato senza precedenti nella
storia del Paese: singoli individui sono stati presi di mira, rapiti,
intimiditi e anche uccisi. Ma questa è una strage che indica un salto di
qualità preoccupante. Che non convince però nemmeno gli ulema e diversi teologi
prendono posizione definendo «sacra» la professione del giornalista e
l'attentato un «crimine contro l'umanità e contro l'islam». Il governo, non in
grado di garantire la sicurezza, assicura almeno la sua solidarietà e rivela
che le indagini dimostrano come la quantità di esplosivo utilizzata fosse
enorme: per produrre il più alto numero di vittime. Questi i nomi dei
giornalisti uccisi: Mohammad Jawad Hussaini, Zainab Mirzaee, Mehri Azizi,
Mariam Ibrahimi, Mohammad Hussain, Mohammad Ali Mohammadi, Hussain Amiri.
Intanto, faticosamente, si cerca di
mettere in piedi un processo negoziale coi talebani che gli attentati non
aiutano. Si sono già svolte due riunioni “quadrilaterali” con Pakistan,
Afghanistan, Cina e Stati Uniti e ieri il pachistano Nawaz Sharif e l'afgano
Ashraf Ghani hanno incontrato in “trilaterale” il vicepresidente americano Joe Biden
a Davos per dar forza all'iniziativa. Per ora cosparsa di sangue
“da http://emgiordana.blogspot.it/”